Una grande e florida città, considerata seconda solo all’Urbe, tanto da meritarsi la definizione di “altera Roma”, coniata da Cicerone nel 73 a.C.

A suggello di quell’importanza, a quel tempo Capua era già dotata di un grande anfiteatro per i giochi gladiatori, che risultavano essere sempre più apprezzati e seguiti sia dai patrizi che dai plebei. Di quell’originario luogo di spettacolo, costruito tra il 130 e il 90 a.C., sono tornate alla luce testimonianze preziose nell’area destinata fin da allora ai ludi, fuori dalla città, nei pressi della via Appia, la regina viarumche collegava direttamente Capua a Roma. Quell’antico anfiteatro era stato probabilmente il primo a essere realizzato in muratura dei tanti costruiti in epoca romana. E ospitò anche la prima scuola di gladiatori; perciò, tra le tante vicende di cui fu muto testimone, vi fu anche, tra il 73 e il 71 a.C., la storica rivolta dei gladiatori guidati da Spartaco. Quel primo anfiteatro lasciò spazio tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C., in piena età flavia, a uno nuovo, secondo per dimensioni solo al Colosseo, di cui potrebbe essere stato il modello.
A pianta ellittica, l’anfiteatro di Capua era mastodontico: l’asse maggiore contava 170 metri e quello minore ben 139, ampiezza che consentiva di accogliere sulle gradinate fino a sessantamila spettatori. Si sviluppava su quattro piani, corrispondenti a ima, media e summa cavea, attico, che erano collegati da scale interne ed esterne e da ampie gallerie comunicanti, per un’altezza complessiva di 46 metri. I tre piani inferiori presentavano ben ottanta archi di travertino sorretti da colonne di ordine tuscanico. Ad abbellire sontuosamente il prospetto erano i numerosi busti marmorei di divinità collocati nelle chiavi d’arco. Oggi, sette di essi adornano la facciata del Municipio di Capua, altri sono esposti sia nel Museo di Capua che in quello di Santa Maria Capua Vetere. Fu nel corso degli scavi settecenteschi che nell’area dell’anfiteatro venne rinvenuta anche la celebre Venere di Capua, oggiesposta nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’ultimo dei quattro piani, invece, era ritmato da finestre e lesene e da un cornicione dotato di mensole per i pali che sorreggevano l’enorme velario. Nei vasti sotterranei erano custoditi le complesse macchine di scena scene e gli stalli per i numerosi animali solitamente utilizzati negli spettacoli.
Il gigante di pietra era stato costruito da appena un secolo quando l’imperatore Adriano, nel 119 d.C., ne decise il restauro, durante il quale furono aggiunte altre statue e colonne. Tuttavia, per la nuova inaugurazione si dovettero attendere alcuni decenni, fino al 155, sotto l’imperatore Antonino Pio. L’anfiteatro continuò a svolgere la sua funzione per tutto il periodo imperiale, sebbene con Onorio fossero stati proibiti gli spettacoli con i gladiatori. Invece, proseguirono quelli con gli animali selvatici, le venationes, che si protrassero anche oltre la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, quando l’anfiteatro conobbe la furia distruttiva dei Vandali di Genserico.
Nella parte nord-occidentale dei sotterranei, ancora praticabile, fu creato intorno al IV e V secolo un oratorio cristiano, di cui restano come testimonianza tracce delle pitture parietali e parti delle lastre di marmo del pavimento e dell’altare.
Un’altra ondata distruttiva si scatenò sull’anfiteatro capuano durante la guerra di successione del Ducato di Benevento nell’841. Furono i Saraceni, allora, a infierire su quanto rimaneva dell’antica città e sul suo edificio monumentale più rappresentativo, oggetto di un nuovo oltraggio. In seguito, le vestigia rimaste furono elette a rifugio dai pochi Capuani che scelsero di non spostarsi a Casilinum come la maggioranza dei loro concittadini, che lì fondarono la nuova Capua. A partire dal IX secolo, i marmi e i materiali più pregevoli della fabbrica antica furono sistematicamente sottratti e riutilizzati nei nuovi edifici di Capua, in particolare il castello normanno, le chiese e i palazzi nobiliari coevi.
Era il 1726 quando davanti alla porta meridionale dell’antico anfiteatro riemerse parte di una epigrafe fondamentale per la ricostruzione della storia dell’edificio. “Colonia Iulia Felix”, questo l’inizio dell’iscrizione, che fu correttamente integrata, ricostruendone tutte le informazioni utili sulla prima costruzione al tempo di Adriano e sul restauro ultimato sotto Antonino Pio, dal grande epigrafista capuano Alessio Simmaco Mazzocchi, affermatosi ben presto come il maggiore esperto dell’Anfiteatro Campano. Da quell’anno iniziò ufficialmente la riscoperta del monumento, da tempo caduto nell’oblio, oggetto di campagne di scavoarcheologico soprattutto nel XIX secolo, tra il 1811 e il 1860, quando furono riportate alla luce gran parte delle strutture, dichiarate monumento nazionale in piena epoca borbonica, nel 1922. Le attività di scavo proseguirono negli anni Venti e Trenta del Novecento, quando fu ultimata l’opera di recupero e avviata la preservazione dell’edificio, aperto al pubblico nel 1913.
Aperto dal martedì alla domenica. Lunedì chiuso. Per info sugli orari che cambiano ogni mese, telefonare alla Biglietteria (3386353806)
Prezzo del biglietto: intero 10 euro, ridotto 2.