
Era il 1609 e Silvio Fiorillo, attore capuano quarantaquattrenne, già si era fatto conoscere in tante città dell’Italia settentrionale e centrale nei panni del capitano Matamoros, suo cavallo di battaglia apprezzato anche dai nobili Gonzaga. Oltre a recitare, si era dedicato con successo anche alla scrittura e aveva firmato già diverse opere nella sua lingua madre napoletana e in toscano.

Una gita a Napoli non è completa se non si percorre San Gregorio Armeno per scegliere i pastori, a prescindere (citando Totò) dal periodo natalizio, in una dimensione – quella dei Decumani – che è come «un presepe nel presepe» in un riflesso moltiplicato di specchi.