Era il 1609 e Silvio Fiorillo, attore capuano quarantaquattrenne, già si era fatto conoscere in tante città dell’Italia settentrionale e centrale nei panni del capitano Matamoros, suo cavallo di battaglia apprezzato anche dai nobili Gonzaga. Oltre a recitare, si era dedicato con successo anche alla scrittura e aveva firmato già diverse opere nella sua lingua madre napoletana e in toscano.
Ma fu in quell’anno che vide la luce una commedia destinata a consegnarlo alla storia quando, nel 1632, fu pubblicata a Milano forse addirittura postuma: “La Lucilla costante con le ridicole disfide e prodezze di Policinella”. Per la prima volta, vi faceva la sua comparsa il personaggio di Pulcinella, già portato in scena da Fiorillo, che per questo da allora ne è stato considerato il padre, quanto meno letterario.
Fonte d’ispirazione per delineare la maschera partenopea della sarebbe stato un contadino dell’agro acerrano, Puccio D’Aniello. Secondo la tradizione, Puccio mostrò di possedere una tale vena satirica e capacità di improvvisazione durante la presenza ad Acerra di una compagnia di teatranti, che quelli lo aggregarono al gruppo, facendolo recitare con loro. A questa origine vengono ricondotte alcune caratteristiche del Pulcinella di Fiorillo, a cominciare dall’ampia camicia bianca, dal volto abbronzato al di sotto della maschera, dal naso molto evidente. Ė un dato di fatto che Acerra rivendica di essere la terra natale di Pulcinella, riconosciuto a livello mondiale tra i simboli di Napoli. E infatti la città ospita il Museo di Pulcinella, del Folklore e della cultura contadina in alcune sale del suo castello.
Tuttavia, alcuni degli studi dedicati a Pulcinella ne hanno identificato un’origine ancora più remota, collegandolo all’Atellana, la prima forma di commedia satirica, nata in lingua osca nella città di Atella, che peraltro dista da Acerra una ventina di chilometri, per poi diffondersi a partire dal IV a.C. in tutto il mondo romano. L’Atellana contava tra le maschere fisse di ogni rappresentazione Maccus, personaggio sciocco, goloso, spesso picchiato e deriso dagli altri come Pulcinella. Simili sono anche altre caratteristiche fisiche e di abbigliamento: la doppia gobba, un grosso naso e l’immancabile tunica bianca. Dato che l’Atellana è considerata la madre della Commedia dell’Arte, Pulcinella sembra incarnare l’erede di Maccus, tanto più alla luce dell’appartenenza alla stessa terra d’origine delle due maschere.
A definire come le conosciamo oggi le caratteristiche di Pulcinella, tuttavia, è stato nell’Ottocento uno dei suoi maggiori interpreti “storici” sulle tavole del palcoscenico, l’attore e autore napoletano Antonio Petito, che ha consacrato la napoletanità del personaggio, impersonandolo anche davanti al re Vittorio Emanuele II. Figlio d’arte di Salvatore, anch’egli interprete di “Pulecenella”, Antonio definì anche l’abito di scena della maschera partenopea: l’ampia camicia e i pantaloni bianchi, il cappello bianco a pan di zucchero diverso dal bicorno originale, la maschera nera, solcata da rughe evidenti, a coprire metà del viso, definitivamente “liberato” da barba e baffi. Dal punto di vista caratteriale, nel tempo Pulcinella è diventato sinonimo di persona pigra, furba, in grado di cavarsela in ogni circostanza, ironica, chiacchierone, irriverente anche verso il potere costituito e al contempo servile, innamorata del cibo con una passione per i “maccarune”. Incapace di tenere un segreto, tanto da aver mutuato la celebre espressione “è il segreto di Pulcinella”, per indicare ciò che è diventato di pubblico dominio.
Maschera del teatro napoletano
Dopo Fiorillo, Pulcinella doveva affermarsi nei secoli seguenti come personaggio fondamentale del teatro comico napoletano. Protagonista delle rappresentazioni allestite in un nuovo teatro dedicato alla commedia, il San Carlino, edificato nel 1740 vicino alla chiesa di San Giacomo degli Spagnoli, alle spalle del Maschio Angioino e poi riedificato nel 1770. Lì si esibirono i principali interpreti della maschera, intorno alla quale nel frattempo si era andato formando un ampio repertorio. Tra gli spettatori più appassionati ci fu anche Ferdinando IV, che aveva voluto la ricostruzione del San Carlino, dove non disdegnava di seguire le rappresentazioni del Pulcinella di Vincenzo Cammarano.
Tra i maggiori interpreti di Pulcinella si conta anche Eduardo Scarpetta, che gli dedicò ben nove nuove commedie. Altro autore, che rivisitò e modernizzò la figura di Pulcinella, fu Raffaele Viviani. Nel 1957 Eduardo De Filippo, che avevarecitato da giovane nelle commedie di Scarpetta, presentò la commedia “Il figlio di Pulcinella”.
Protagonista del Teatro delle Guarrattelle
Il Seicento, periodo ufficiale della sua nascita letteraria, è anche il secolo che vide Pulcinella diventare ispiratore e protagonista di un tipo di rappresentazione molto popolare nella Napoli vicereale: il Teatro delle Guarrattelle, ovvero marionette e burattini, in cui il personaggio è fortemente caratterizzato anche dalla sua inconfondibile voce, ottenuta attraverso un apposito strumento chiamato pivetta. Per quella forma di spettacolo, si formò nel tempo un altro repertorio, non meno ampio che, riprendendo i caratteri principali del personaggio teatrale e letterario, lo adattò alle esigenze delle rappresentazioni di piazza e del loro particolare pubblico, facendone addirittura una voce contro il potere.
Pulcinella nell’arte
Figura iconica della napoletanità, a Pulcinella è riconosciuta anche una funzione apotropaica contro la sfortuna. Perciò la sua statuetta in terracotta è considerata un amuleto portafortuna. A realizzarlo, secondo le tecniche usate per i pastori, sono gli artigiani presepisti, a cominciare dalle botteghe di San Gregorio Armeno.
Il fascino di Pulcinella ha ispirato anche numerosi artisti, nel corso del tempo. Una statua in bronzo, che ne raffigura il volto mascherato, si trova nel cuore di Napoli, in Vico del Fico al Purgatorio, all’incrocio con via Tribunali. Ė opera dell’artista Lello Esposito, che l’ha donata alla città nel 2012. Si dice che toccare il naso porti fortuna…


