Due soli ingredienti: farina di semola e acqua. I più semplici e basilari. Che una grande abilità manuale è in grado di trasformare in un tipo di pasta fresca assolutamente peculiare, la Matassa di Caposele, riconosciuta tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) della Campania.

È ormai da qualche secolo che a Caposele si tramanda tra donne di diverse generazioni la capacità di lavorare la pasta esclusivamente a mano, escluso ogni attrezzo, fino a ricavarne filamenti di diverso spessore e lunghezza, che sono gli indiscussi re delle tavole caposelesi nei giorni di festa. Conditi, nella versione più tradizionale con ceci, aglio e peperone crusco o, in alternativa, con una classica salsa di pomodoro e basilico. 

Matasse

Tutto inizia da un panetto di pasta che viene inciso solo nella parte centrale per farne un tozzo cerchio su cui inizia a esercitarsi la bravura delle artefici, che consiste anche in una lavorazione molto veloce, per evitare che la pasta secchi e indurisca. Dunque, il cerchio viene progressivamente allargato e assottigliato, fino a consentire di avvolgerlo  intorno a una mano a mo' di matassa. Da cui il nome del formato. La matassa continua a essere lavorata con le dita della mano libera per renderne sempre più lunghe e sottili le parti, utilizzando abbondante farina di mais per tenerle separate. Si va avanti fino a quando il filamento non si spezza. A quel punto si può procedere alla cottura in abbondante acqua bollente salata.

Anche se nelle case la Matassa si fa e si cucina in ogni periodo dell'anno, tradizionalmente la si produceva soprattutto nel mese di luglio, definito infatti "mese matassaro", in concomitanza con la disponibilità di grano nuovo. La tipica pasta di Caposele, inoltre, è stata sempre consumata dai numerosi pellegrini che tutto l'anno visitano il Santuario di San Gerardo Maiella a Materdomini. Da qualche decennio alla Matassa è dedicata anche una sagra nel mese di agosto.

Tra le ipotesi sulle origini storiche della pasta caposelese, la più accreditata, semplicemente osservando le modalità di lavorazione, la collega allo Shetridhlat albanese (da "shetridhle", striglie), patrimonio delle comunità Arbëreshë insediatesi in Basilicata e Calabria a seguito dell'invasione ottomana dell'Albania tra il XV e il XVI secolo. Si trattava di comunità anticamente dedite alla pastorizia, per le quali quel tipo di pasta, che si poteva lavorare velocemente a mano al momento, era ideale fonte di sostentamento durante le transumanze stagionali.